CENNI STORICI:
Preziosa e silenziosa testimonianza del passato, il frantoio semipogeo sito in corso Lenne a Palagiano,
risale alla fine del XVIII secolo.
Di proprietà di un certo De Bellis, originario di Castellana Grotte, negli anni finisce nelle mani della famiglia Pavone, di cui conserva il nome. La famiglia Pavone, infatti, diventò proprietaria dell’area agricola circostante e inglobante anche il frantoio, oggi ovviamente snaturata dall’edilizia moderna.
I Pavone, recentemente, hanno donato la struttura ad una parrocchia locale, la Chiesa della Ss. Immacolata che poi a sua volta lo ha ceduto al Comune.
Segnalato alla Sovrintendenza, dal 2006 il frantoio è sottoposto a vincolo architettonico.
I frantoi, chiamati anche trappeti, sono i simboli della civiltà contadina, in particolare legati alla coltivazione degli ulivi che, sin dall’antichità, hanno rappresentato per il nostro territorio un importante fattore di crescita e di sviluppo. Quelli ipogei, molto diffusi fino alla fine del 700, sono i più antichi. Essi furono considerati insalubri e nel 1800, con l’affermarsi dell’età industriale, cominciarono ad essere sostituiti da altri trappeti costruiti in superficie. E diversi furono i frantoi (di cui si ha memoria e di cui sono rimaste piccole tracce) realizzati a Palagiano in diversi punti del paese, espressione di una comunità agricola fortemente legata alla coltura dell’ulivo.

DESCRIZIONE:
Il vano principale con gli ambienti annessi abbraccia una superficie di 392 mq. Presenta una pavimentazione in listelli di pietra, pareti intonacate a calce, voltato a botte. Collocata ad est della grande sala, la macina circolare in pietra conserva ancora gli ingranaggi in legno e le pale in metallo all’interno della vasca sottostante, che servivano a raccogliere e posizionare l’impasto delle olive schiacciate sotto la mola.
Ad azionare questo ingranaggio, con l’ausilio di un timone, era un asinello e/o un mulo, animali che condividevano questo spazio sotterraneo con gli uomini. Infatti, lungo la parete a destra dell’entrata si apre un antro che serviva da stalla e mangiatoia. Nella semioscurità di quello spazio un campanello scandiva i passi dell’animale che, bendato, girava intorno alla vasca.
Al termine del ciclo dei sei mesi di lavoro, nella maggior parte dei casi, la povera bestia ormai stremata, poteva servire solo come carne da macello.
Quello del “trappitaro” non era un lavoro per tutti. Gli operai erano uomini, unti, nerboruti, tenacissimi nella resistenza, che vivevano in questo luogo chiuso per mesi, autunno e inverno, da novembre ad aprile, senza vedere la luce del sole. Per questo a Palagiano era molto richiesta per il lavoro nei frantoi, la manodopera salentina. Si trattava di giovani che facevano i trappitari in inverno e i marinai in estate in quanto unici capaci di sostenere ritmi di lavoro pesanti, ed abituati a vivere, come sulle navi, isolati e senza socializzare per molto tempo. Questo spiega la presenza di termini marinareschi presenti in tale contesto.
Il loro lavoro era a ciclo continuo, con turni di riposo all’interno dello stesso frantoio. Ai trappitari era concesso di risalire quella discesa per ricongiungersi alla famiglia solo nei giorni dell’Immacolata, di Natale e di Capodanno, quando la macina megalitica smetteva di girare.
Vicino alla mangiatoia, altri ambienti correlati con sedili in pietra, un tempo ricoperti di paglia, erano adibiti a spazi per il riposo notturno, e non solo, insomma dei dormitori. Invece sulla parete frontale rispetto all’uscio, si apre una rientranza con un grande camino che serviva da cucina e come fonte di riscaldamento.
A sinistra della stanza del camino, sulla stessa parete, sono collocati due torchi “alla genovese” e un piano lavoro in pietra detto “mantra”. Questa presenta sulla parete retrostante un rivestimento realizzato con maioliche, ceramiche smaltate, di fattura rara, che molto probabilmente il proprietario fece realizzare per dare un tocco di colore a questo luogo buio e sotterraneo con un elemento artistico proveniente dalla tradizione artigianale del suo territorio.
Sulla mantra, dopo la molitura delle olive avvenuta nella macina, si svolgeva il lavoro di riempimento (con la pasta d’olio ricavata) e preparazione dei fiscoli che passavano poi alla fase della pressatura o torchiatura. Il liquido ottenuto veniva convogliato in pozzetti sottostanti dove restava a decantare per il tempo necessario, fino al momento del “taglio” cioè della separazione naturale dell’olio che saliva in superficie, dall’acqua di vegetazione, la “sintina” che rimaneva sul fondo.
I torchi “alla genovese”, più agili da manovrare rispetto a quelli più antichi, sostituirono i più grandi “alla calabrese” di cui resta traccia nell’area antistante una grande nicchia che si apre nella parete occidentale del vano. Questi ultimi si azionavano grazie ad un ingranaggio ancora visibile in una stanza sulla parte sud, detto “ciuccia”.
Proprio da quest’ultimo ambiente parte un corridoio retrostante il locale principale, che corre lungo il versante sud-ovest. Si tratta delle “sciave”, ambienti utilizzati come depositi delle olive che venivano calate dall’esterno attraverso aperture di collegamento tra la strada e il frantoio, detti “camini di discesa”. Le olive così ammassate venivano sottoposte ad un piccolo processo di riscaldamento naturale che favoriva la loro lavorazione.

